Biblioteca Oplepiana

L’intera serie delle plaquette dell’Oplepo (Opificio di Letteratura Potenziale) viene ripubblicata da in riga a partire dall’autunno 2017.

 

Alla domanda “che cosa è la poesia? , la mia tesi può riassumersi molto brevemente In questa formula:  la poesia è una mnemotecnica , una tecnica del ricordo un’arte della memoria.

Alla domanda: “allora perché la contrainte?”,  “perché la contrainte poetica in particolare?”, può rispondersi che questa ha una finalità precisa: si usano delle contraintes per meglio memorizzare. Naturalmente le diverse culture producono, nei diversi tempi, differenti modalità perché la memoria umana non esiste come tale in assoluto, ma vi sono varie mnemotecniche che si adattano plasticamente nello spazio e nel tempo e producono, quindi, nozioni e pratiche molto diverse da quello che potrei chiamare in modo generico “verso” e, ancora, categorie metriche accompagnate da differenti prescrizioni; in comune c’è precisamente una contrainte. Tutto ciò può riguardare il numero, la lunghezza, la durata sillabica, i modi ritmici, l’impiego di allitterazioni o l’organizzazione strofica, l’omoteleuto, la rima, la costruzione di un lessico politico, radicalmente altro da un lessico quotidiano.

La memoria di vita è socialmente definibile con tratti storico-culturali. Per qualcuno, per una cultura (non parlo di elementi individuali), qualcosa può essere agevolmente memorizzabile e altre cose impossibili a ricordarsi; passando da una cultura all’altra, i criteri, i modi e le forme della memorabilità, dunque le contraintes che ne possono nascere, sono totalmente diverse.

Cosa vale tutto ciò nel momento in cui si generala scrittura? Quando, potrebbe dirsi, “la musa impara a scrivere” . Evidentemente tutte queste contraintes mnemotecniche diventano superflue. Io scrivo un testo, non ho più bisogno di memorizzarlo. La scrittura, tra l’altro, è un caso di notazione molto imperfetto; come devo leggere una poesia di Leopardi? La notazione scrittoria è infinitamente più vaga rispetto al tipo di sistemazione che noi abbiamo acquisito; bene o male, io so come si deve eseguire Chopin, naturalmente in un vasto àmbito di interpretazione, ma entro limiti contenuti. “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, può invece essere letto in mille modi diversi perché, oltre tutto, non si dispone della registrazione della voce di Leopardi il quale,per altro, una volta lesse in pubblico (si esibì a Bologna in una riunione diciamo arcadica o accademica); insomma si tratta di partiture molto imperfette .

Le contraintes sono sopravissute e il carattere mnemotecnico della poesia rimane intatto; la poesia è fatta per essere memorizzata e, anche se ce l’ho lì scritta sulla carta, il corretto usa della poesia è quello: “io me la devo ricantare dentro…, altrimenti non funziona”.

Oggi si vive in un’età che aspira alla dissoluzione della contrainte e fenomeni come quelli dell’ OULIPO e dell’OPLEPO si spiegano come fenomeni di reazione di fronte al per così dire “fa quel che vuoi”, che è molto bello, rabelaisiano, secondo me, ma contemporaneamente genera il terrore della libertà.

“Cosa fare?” È la grande domanda che si pone,  non solo ai politici,ma  a chiunque perché, se la tradizione non offre più delle contraintes moralizzanti, salvo che minacciose, la responsabilità dell’invenzione dei comportamenti  (e quindi anche sul terreno dell’arte), il “che fare?” diventa spaventevole, bisogna rifugiarsi nella contrainte.

Il passaggio dell’Oulipo e dell’Oplepo lo interpreto nel senso che l’invenzione non è più nel testo, ma nella regola; io devo inventare la regola, il testo vale solo come la sua esplicazione, laddove prima la regola, la contrainte,  era il punto di partenza, ma essa naturalmente esisteva e aveva senso perché produceva testi, qui accadde il contrario: ciò che è importante è la regola, il testo è relativamente indifferente.

La cultura moderna è davvero una cultura dell’anarchia, nel senso forte della parola, cioè del rifiuto delle regole, salvo quelle che si autoelaborano: nascono così delle auto costrizioni e, quanto alle forme del passato, possono scriversi sonetti a patto di considerarli assolutamente innaturali. È chiaro che, quando Carducci scriveva un sonetto, ci si calava tutto dentro; ma, se un poeta d’oggi scrive un sonetto, sa benissimo che è assolutamente innaturale e artificiale  e, pur senza pensare tutte le cose che ho detto fin qui e che fanno parte della mia perversione soggettiva, deve sentire come non naturale questa forma, deve prendere le distanze, in qualche modo deve essere parodista. E la parodia è lo stato più avanzato del discorso sulla contrainte che oggi, mi pare, si possa individuare.

Edoardo Sanguineti

 

Quaderno numero 41, “Passar la lunga sera sulla terra”